"paolo. panni. works. sedimenti"

L’ARTISTA

Paolo Panni nasce a Brescia nel 1977.

Giovane creativo, fotografo e artista è originario di Mazzano, dove tutt’ora vive e lavora.

Cresce in un ambiente familiare culturalmente stimolante, che gli permette di entrare in contatto con le realtà artistiche del nostro territorio, imparando a conoscere ed apprezzare artisti locali e le rispettive opere, come nel caso delle incisioni di Girolamo Tregambe, botticinese di adozione e le sculture in pietra dell’artista rezzatese Gianpietro Moretti.

Pur essendo apparentemente molto lontano dalla logica estetica di questi artisti, Panni guarda attentamente alla dimensione comunicativa delle loro opere in cui il lavoro è espressione di costanza, dovizia artigiana, e di uno sguardo lucido e poetico sul mondo naturale.

Allo stesso modo Panni guarda al passato e subisce il fascino della scuola del Nouveau Realisme, di cui coglie la volontà di utilizzare oggetti d’uso quotidiano, ai quali attribuire una nuova funzione estetica: su tutti, rilegge l’arte cinetica di Jean Tinguely, l’estetica della macchina, il risvolto ludico dell’opera.

Da questi spunti sviluppa la propensione a custodire oggetti e strumenti che hanno perso il loro valore d’uso quotidiano e li accumula al fine di avere una riserva di materiali a cui attingere per sviluppare idee e realizzare le sue opere.

La scelta di direzionare la propria ricerca creativa verso le innumerevoli possibilità che il materiale di recupero offre è da ricercare anche nella sua esperienza lavorativa, che lo vede fin da giovanissimo a stretto contatto con strumenti e materiali propri dell’edilizia.

Eredita fin da giovane manualità e capacità tecniche, e il suo vivere quotidianamente a contatto con molteplicità di consistenze materiche e attrezzi da lavoro, stimola la sua scelta creativa, incanalandola verso l’uso esclusivo di oggetti di recupero, che assemblati e riuniti in nuove composizioni, gettano le basi per la realizzazione finale dell’opera che spesso si traduce in uno scatto fotografico.

L’artista sceglie in alcuni casi di esporre un surrogato della sua opera prima attraverso la fotografia del manufatto che diviene, nella logica espositiva, opera d’arte essa stessa.

Con l’utilizzo del mezzo fotografico Panni ci impone la sua direzione di sguardo rispetto alla totalità dell’opera, arresta il movimento di una visione tridimensionale, congela un attimo per far si che possa essere eternamente risvegliato da un occhio attento, isola l’elemento principe in grado di svelare una narrazione.

La fotografia diviene, alla luce di queste considerazioni, il perno attorno al quale ruota tutta l’esperienza estetica di Panni e questo legame è già evidente nei suoi primi esperimenti rintracciabili nella serie di opere titolate “Recycling”.

Allo stesso modo possiamo ritrovare un’analogia espressiva e comunicativa anche nei suoi ritratti appartenenti alla serie titolata  “Guardami”, in cui l’artista anziché impiegare parti di oggetti dismessi sceglie di utilizzare il volto umano come frammento con cui comunicare e veicolare emozioni al fruitore dell’opera.

[...] a volte c’è un’immagine la cui struttura compositiva ha un tale vigore e una tale ricchezza, e il cui contenuto irradia a tal punto al di fuori di essa che questa singola immagine è in se un’intera narrazione [...].  H.C. Bresson

 

 

LA MOSTRA

La mostra “Paolo.Panni.Works. Sedimenti” è soprattutto un atto di condivisione, la volontà di mettersi in gioco, per provare a raccontare qualcosa della molteplicità di cui è composto il complicato intreccio esperienziale di ognuno di noi.

Le opere tridimensionali, le immagini, gli strumenti di lavoro e gli stimoli luminosi vanno letti come parti di un unico tessuto narrativo, come un processo di sedimentazione di materia sensibile, esperienza, ricordo, coscienza depositata che genera un materiale nuovo e del tutto inaspettato: l’installazione artistica.

Solo uno stretto corridoio che attraversa lo spazio dell’esposizione è lasciato sgombro per delimitare il limite sottile, ma invalicabile, tra la dimensione del fruitore e quella dell’artista: come in un racconto, le opere protagoniste della grande installazione ci svelano frammenti, momenti e ricordi di un universo personale, a cui siamo invitati a far parte.

Ciò che sopravvive al controllo esercitato dalla sfera privata, emerge dalla superficie materica delle opere stesse o dall’immagine fotografica che le ha immortalate, a testimonianza della vastità di esperienze che ogni individuo porta con sé.

Il sé, nella sua complessità, è quindi intrappolato e trasformato in sedimento, è stratificazione, è cemento organico e mnemonico, è l’insieme dell’esperienza conscia ed inconscia che il vivere regala: per coglierlo è necessario immergersi nella materia biancastra e pastosa delle opere, restarne invischiati, rintracciare ciò che si trova sotto la superficie, ciò che non appare.

 

Solo sotto lo strato gessoso è possibile rintracciare la dimensione personale dell’artista e scoprire le emozioni che con noi vuole condividere.

a cura di Ilaria Apostoli