Brescia est: Sant'Eufemia della Fonte e Caionvico

Sant'Eufemia della Fonte

Via Indipendenza, quella che attraversa l'abitato di Sant'Eufemia della Fonte, un tempo Comune, ora frazione di Brescia, da Est a Ovest  considerato il corso del traffico odierno, è, se è lecito il paragone, come la via Emilia, lungo la quale sono cresciute Parma e Reggio, Imola e Faenza, dove la grande via diventa il Corso cittadino e piazza centrale.

Prima del paese c'era solo la strada da Brescia  a Salò:  a nord il colle Maddalena a sud terreni paludosi ricchi di fontanili e paludi che raccoglievano l'acqua che il colle non tratteneva o restituiva.

Il nome lo si deve ad una santella, posto lungo la strada, a cui i viandanti si rivolgevano per invocare protezione  dagli attacchi di lupi e orsi.

Al recupero dei terreni paludosi, che si estendevano sino alla collina di Montichiari ci pensò, verso l'anno 1000, il Vescovo Landolfo che fondò, per i monaci benedettini chiamati dal grande e potente monastero di San Benedetto Po, quello fondato da Matilde, il locale monastero.

I monaci, era la loro specializzazione, incanalarono le acque e resero fertili e salubri le campagne loro donate. Fra loro monaci, l'autore  del Baldus , poema scritto in versi maccheronici da Teofilo Folengo (1491-1544), sotto lo pseudonimo di Merlin Cocaio. Costituisce la parte organicamente più importante delle Maccheronee. Teofilo Folengo intratteneva i monaci con le sue storie maccheroniche, ma anche li scandalizzava: fu trasferito a San Benedetto dove incontrò la malaria e ne morì.

La strada portò alla comunità ricchezza ma anche eserciti: limitate scaramucce al tempo dei Liberi Comuni, ma all'epoca delle Signorie, le truppe viscontee di Niccolo Piccinino (1438) turbarono e spaventarono i monaci che preferirono portare la loro residenza all'interno delle mura cittadine. Sui terreni bonificati continuò la attività dei pacifici contadini che edificarno le loro medeste abitazioni lungo lo stradone.

Sant'Eufemia si costituì nel tempo in forma autonoma, divenne parrocchia, organizzò la propria vita civile, fu Comune all'epoca dell'impero Asburgico. La vita fu sempre turbata dal passaggio degli eserciti. Gastone di Foix nel 1512 la saccheggiò, i lanzichenecchi portarono morte e pestilenza. Vi passarono poi i francesi di Napoleone e gli austro-russi che li combattevano e li cacciarono. Fra un passaggio e l'altro la vita riprendeva: a sud fu costruito il canale navigabile detto naviglio grande bresciano, fu introdotta la coltivazione del grano turco, si incrementò, anche nell'interno del monastero, la zootecnia.

Non era finita: a Sant'eufemia si scontrarono gli insorti di don Boifava, scesi da Serle, contro i rientranti austriaci (1849), cacciati 10 anni dopo dai franco-piemontesi.

Anche Sant'Eufemia ricorda, come decine di altri paesi, con una lapide, il passaggio di Garibaldi che qui pernottò.

Un monumento in marmo botticino, all'interno del parco delle Rimembranze ricorda i caduti delle due guerre, ma molto piu' sentita è la fine della Seconda guerra Mondiale: pressato dagli insorti, che bloccavano il paese e la strada e dalla avanzata degli Alleati, un contingente tedesco abbandonò, davanti alla Santella, costruita ai tempi della peste, all'ingresso del paese, cannoni ed impedimenta per facilitarsi la ritirata. Ma vi fu, subito dopo, una sanguinosa resa dei conti ricordata da G.P. Pansa nel libro “Il Sangue dei Vinti” (pag 68-69).

Sant'Eufemia, dal 1928 non è più comune autonomo ma ebbe però una sua autonoma vita: dall'agricoltura a piccole attività industriali, tra cui la cavazione del marmo e le calchere. Ora è attivo il terziario.

Via Indipendenza come la via Emilia, traffico intenso ma anche ritrovo: negozi, banche, le chiese, la storica farmacia (1873), vari palazzi signorili, un bar prestigioso e tanti piccoli bar dove chi lavora si ristora frettolosamente e chi gode della pensione trascorre il tempo, ma anche molti ristoranti e trattorie.

Il borgo, ma il termine è riduttivo, è ora urbanisticamente diviso in due parti: da via Indipendenza verso il colle le vecchie case , ville e villette decorose e comode; oltre la provinciale i nuovi insediamenti o le vecchie fattorie. Esiste una certa divisione fra chi è nato nel vecchio insediamento e i nuovi venuti.

Il canale navigabile è stato coperto, non vi sono piu' milini e segherie idrauliche, le vasche per le lavandaie e i piccoli ponti: rimane però l'immagine storica del vecchio borgo, La Fonte (risorgiva carsica), che da il nome alla frazione, versa le sue acque nell'acquedotto comunale di Brescia, il monsatero è stato occupato dal Museo delle Mille Miglia.

Vivo è l'associazionismo: Associazioni alpini, Acli, Arci, Associazione don Benedini, gli amici dell'arte, gli Scout, gli amici della Montagna ed altre

 

 

Caionvico

Alto, arroccato alle pendici del colle Maddalena, Caionvico, antichissimo insediamento, rivendica radici romane: il borgo (vicus) di Caio o Callio.

E' coinvolto, seppure marginalmente, negli avvenimenti che si svolsero nei secoli nella zona. Orgogliosa delle proprie origini, isolata o marginale, una storia a se.

I Longobardi portarono a Brescia i loro santi, Santa Giulia e San Michele Arcangelo, rappresentato armato, ma travolti i longobardi, Caionvico, come la popolazione bresciana romanizzata, rivendica il patrocinio di San Faustino e Giovita, il legame con la romanità: a questi Santi è dedicata la chiesa locale, con legame, all'epoca con il monastero di San Faustino, a Brescia.

Il territorio della parrocchie era molto esteso, tutta la Valverde da Serle a Rezzato, a Boffalora: quando queste località divennero indipendenti, Caionvico si racchiuse in se stesso, in orgogliosa solitudine.

Fu definito un “Borgo nella Città” quando nel 1928 entrò a far parte del Comune di Brescia

Questo borgo, Caionvico, impose al Comune di Brescia di permettere nuovi insediamenti solo a sud del paese, nella parte pianeggiante: il borgo rimase inalterato con la vecchia chiesa e il cimitero nella zona collinare, con la piccola piazza e il monumento ai caduti, tanti nomi, troppi: morti sui confini orientali nel 1915-1918, in Africa, in Russia, in Sicilia nel 1940-1945. Arrivava la lettera:” il Ministero della guerra è spiacente comunicarLe....”

Oltre ai nuovi insediamenti,  che hanno richiesto la necessità di una nuova e piu' capiente chiesa e la percorrenza della linea degli autobus, che non entra nel borgo, c'è stata la trasformazione della grandi case familiari della civiltà contadina, quelle con l'aia, i portici, le altane. Trasformate in condomini, appartamenti unifamigliari, poco utilizzate anche perchè il borgo, la parte antica, si va spopolando. La farmacia, le scuole, la palestra comunale sono nella parte nuova, quella al piano.

Persiste, su Caionvico, il pericolo di trasformarsi in borgo-dormitorio: è rimasta poca agricoltura, si produce ancora del vino, buono ma anonimo, la maggior parte della popolazione lavora, di giorno, altrove. Pochi i negozi, pochi i luoghi aggreganti.

Nella parte alta collinare, non costruita, c'è una nuova meta che però non coinvolge la popolazione: una palestra di roccia per free-climbers..che però disturba il falco lanario.....

Caionvico, un piccolo e delizioso borgo da scoprire!

 

 

A cura di Giuseppe Luppis